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Frattura scomposta del radio nei cavalli adulti

26 ott 2021
Tempo di lettura: 6 min

Aggiornamento: 6 set

Le fratture scomposte del radio sono facilmente diagnosticabili, poiché generalmente associate a segni clinici quasi patognomonici, quali una zoppia con completa incapacità di sostenere il peso sull’arto, con carpo e articolazione metacarpofalangea mantenuti in flessione, trascinamento della punta dello zoccolo, associati a instabilità assiale e crepitio a livello della regione antebrachiale (Matthews et al., 2002; Watkins et al., 2019). In caso di fratture esposte, è generalmente coinvolta la superficie mediale dell’avambraccio, a causa della scarsa copertura dei tessuti molli in questa sede (Sanders-Shamis et al., 1986; Watkins et al., 2019). Stewart et al. (2015) hanno riscontrato che il 24% di 54 casi di fratture del radio erano fratture esposte e comminute.

Le fratture del radio sono generalmente conseguenti a un trauma contusivo ad alta energia, ad esempio un calcio da parte di un altro cavallo (Hubert, 2020); tuttavia, il radio è particolarmente sensibile anche alle forze generate da impatti laterali (Piskoty et al., 2012). In uno studio ex vivo, Fürst et al. (2008) hanno osservato che, in seguito alla simulazione di un calcio applicato sulla superficie mediale del radio, la maggior parte delle ossa sviluppava una frattura fissurativa (frattura incompleta) con decorso longitudinale lungo la diafisi, seguita da fratture con configurazione obliqua e da fratture associate alla formazione di un frammento a farfalla. Un ulteriore studio post-mortem, nel quale sono state simulate lesioni da calcio a carico di radio e tibia, ha evidenziato che il 59% dei campioni sviluppava una frattura completa, con presenza di un frammento a farfalla nel 52% delle fratture complete (Schneider et al., 1982).

Sanders-Shamis et al. (1986) hanno riscontrato che le fratture comminute del radio erano le più frequenti (21/47), seguite dalle fratture oblique (12/47). Le fratture con frammento a farfalla e le fratture comminute sono generalmente osservate nei cavalli di età superiore ai 2 anni (Sanders-Shamis et al., 1986). Nei pazienti adulti, la comminuzione accompagna quasi sempre una frattura diafisaria a decorso spirale o obliquo e generalmente risulta più grave rispetto a quanto osservato nei puledri (Watkins et al., 2019).

Per valutare la configurazione della frattura, le possibili opzioni terapeutiche e la prognosi, è necessario acquisire anche proiezioni oblique (Watkins et al., 2019; Auer, 2020).

Il trattamento chirurgico con successo delle fratture del radio nei cavalli adulti è stato descritto da pochi autori (Martin and Reef, 1987; Baxter et al., 1991; Rodgerson et al., 2001; Bolt and Burba, 2003; Stewart et al., 2015); tuttavia, la prognosi nei soggetti adulti è generalmente molto sfavorevole. La configurazione della frattura è un elemento fondamentale nel determinare la possibilità di procedere alla riparazione chirurgica. Auer (2020) afferma che, qualora in un cavallo adulto non sia possibile ottenere una riduzione anatomica della frattura e un solido contatto osso-osso, in particolare a livello della corticale caudale, il cavallo dovrebbe essere sottoposto a eutanasia.

Nel caso di fratture semplici e scomposte del radio, il trattamento chirurgico mediante riduzione a cielo aperto e fissazione interna (ORIF, open reduction and internal fixation) può avere un esito favorevole nei cavalli giovani e nei soggetti con peso inferiore a 250 kg (Auer and Watkins, 1987; Barr, 1989; Baxter et al., 1991; Schneider et al., 1995; Stewart et al., 2015; Watkins et al., 2019; Auer, 2020). Nei cavalli adulti, invece, l’ORIF rappresenta una sfida estremamente complessa, associata a una bassa percentuale di sopravvivenza (Auer and Watkins, 1987; Stewart et al., 2015; Auer, 2020).

Nel report di Sanders-Shamis et al. (1986), la fissazione interna è stata tentata in sei cavalli adulti, nessuno dei quali è sopravvissuto. In un altro studio, la fissazione interna ha consentito la dimissione ospedaliera di soli due cavalli su nove (Auer and Watkins, 1987). Nello studio di Stewart et al. (2015), soltanto 3 dei 13 cavalli adulti sottoposti a trattamento chirurgico mediante impianti costituiti da placche a compressione bloccata (LCP, locking compression plate) sono sopravvissuti fino alla dimissione; tuttavia, due di questi tre soggetti erano yearling.

In presenza di una frattura esposta e contaminata, le probabilità di successo della fissazione mediante placca sono ridotte a causa dell’elevato rischio di infezione; in questi casi può essere presa in considerazione l’applicazione di un gesso transfixante (Hubert, 2020). L'applicazione di un gesso a tutto l’arto come unico trattamento per le fratture scomposte del radio non è considerata accettabile, poiché l’articolazione omeroradiale non può essere adeguatamente immobilizzata e il gesso può aumentare le forze di rotazione e il movimento a livello del focolaio di frattura (Hubert, 2020).

Anche nel caso di fratture suscettibili di stabilizzazione chirurgica, il costrutto osso-impianto nei cavalli adulti può andare incontro a cedimento con relativa facilità a causa delle forze biomeccaniche cui è sottoposto (Watkins et al., 2019).

Le fratture diafisarie scomposte del radio diventano facilmente esposte, poiché i margini taglienti dei frammenti di frattura possono perforare la cute sulla superficie mediale dell’avambraccio. Inoltre, si osserva frequentemente una grave lesione della muscolatura che ricopre gli aspetti dorsale e laterale dell’avambraccio, associata a edema dei tessuti molli ed ematoma. Queste condizioni rendono le fratture del radio particolarmente predisposte allo sviluppo di infezioni del sito chirurgico (SSI, surgical site infection) e riducono ulteriormente le probabilità di successo del trattamento (Watkins et al., 2019).

Le fratture esposte presentano inoltre un rischio maggiore di SSI, aumentando la morbilità e i costi associati al trattamento, nonché la probabilità di un cedimento catastrofico del costrutto osso-impianto (Watkins et al., 2019). Inoltre, qualora l’impianto utilizzato per la stabilizzazione della frattura si infetti, il dolore può raggiungere livelli molto elevati, determinando il rischio di laminite dell’arto di sostegno a carico dell’arto controlaterale (Watkins et al., 2019).

Purtroppo, l’elevato costo associato alla fissazione chirurgica, combinato con l’elevato rischio di fallimento del trattamento, porta spesso i proprietari a rinunciare alla possibilità di procedere con la riparazione chirurgica della frattura (Watkins et al., 2019).


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